giovedì 7 marzo 2019

La parabola della montagna

Tanto tempo fa, nel Regno di Carnonia, viveva la tribù degli Smilzi. Era una tribù che si distingueva dalle altre per longevità e buona salute. Obesità e malattie cardiovascolari, diffuse nella maggior parte delle tribù del Regno erano praticamente sconosciute tra gli Smilzi e questa diversa condizione tra uomini apparentemente uguali suscitava curiosità e stimolo di ricerca. “Cosa sarà mai a rendere gli Smilzi così sani e longevi?” si chiese un giorno Servio Chiavico, un ricercatore di un’altra tribù, quella degli Usai, contraddistinta per un più alto tasso di incidenza di malattie cardiovascolari e obesità. Per carpire il segreto degli Smilzi concentrò l’interesse sullo stile di vita delle varie tribù del Regno di Carnonia e diede vita a un grande studio epidemiologico, che prese il nome di Seven Tribe Study. Cercava un indizio che lo portasse al cuore del problema, forse gli Smilzi mangiavano o bevevano qualcosa di salvifico che solo loro conoscevano. Per studiare le loro abitudini, quindi, e osservare più da vicino la tribù degli Smilzi si trasferì nel villaggio di Coniglica, uno dei villaggi più interessanti della tribù degli Smilzi. Notò da subito che il villaggio erano caratterizzato da un territorio piuttosto particolare e subito notò un comportamento strano e sconosciuto agli Usai: gli Smilzi avevano le loro capanne ai piedi di montagne alte e rocciose, prive di vegetazione e difficili da scalare. Eppure, al sorgere del sole gli abitanti uscivano dalle capanne e si arrampicavano sugli impervi pendii con estrema fatica, muovendo passi incerti e stentati, fino a scomparire alla sua vista. Li vedeva tornare verso gli accampamenti poco prima del tramonto. Annotava minuziosamente sul suo taccuino questa inspiegabile migrazione che lo incuriosiva: cosa andavano a fare sulla montagna? E’ forse là che viene conservato il segreto della loro salute? 

Pensò quindi di salire anche lui sulla montagna seguendo gli Smilzi, per capire dove andassero. Forse la levataccia, forse anche il caldo e sicuramente la mancanza di allenamento lo costrinsero a fermarsi, sedersi su un sasso e riposare. Per qualche tempo, dal suo sasso, osservava la salita incerta ma tenace degli Smilzi, finché l’occhio riuscì a seguirli. Riposatosi abbastanza riprese la scalata e quando riuscì a raggiungere la vetta già i primi Smilzi stavano tornavano verso le loro case. Di ciò che sperava di trovare non vi era traccia, nessun indizio che potesse indirizzarlo in nessun modo: nessuna fonte magica cui abbeverarsi, nessun elisir, nulla di nulla. La vetta era brulla come lo erano i pendii, con l’eccezione di qualche arbusto di cucuzzolo spoglio qualche radura erbosa, rari alberi qua e là: qualche cimino e qualche vettolo, anch’essi spogli. Nulla di più.
Ma allora chi o che cosa conferisce agli Smilzi protezione nei confronti delle patologie cardiovascolari e dei tumori che invece affliggevano così pesantemente la tribù degli Usai?” Congetture su congetture ma nulla di concreto. Pensò che l’indagine successiva avrebbe dovuto prevedere l’arrivo in vetta contemporaneamente al  popolo degli Smilzi, se non addirittura prima. Dovette allenarsi parecchio e non senza riluttanza, considerata la scarsa attitudine degli Usai alla fatica fisica. Ma si allenò con costanza e dedizione per raggiungere la vetta della montagna insieme agli Smilzi e osservarne il comportamento. In effetti nonostante l’allenamento, la scalata è stata lunga e difficoltosa. Doveva usare braccia e gambe e sentiva i muscoli dolenti e affaticati, ma quando arrivò in cima le sue intuizioni furono corroborate dalla scoperta che su quelle piante che aveva visto spoglie, ora vedeva qualche foglia e qualche frutto. Poche foglie e pochissimi frutti in realtà, ma era ciò di cui si nutrivano gli Smilzi. Imparò che quelle piante crescevano solo sulla cima della montagna e davano pochissimi frutti, bacche e foglie ogni giorno. Ed erano così poche che spesso gli Smilzi erano costretti a tornare indietro senza aver trovato nulla da mangiare. 
Ebbe però la certezza che in quei prodotti fosse racchiuso il segreto della salute. Cominciò a raccogliere i pochi campioni che trovava e che riusciva a sottrarre al pasto degli Smilzi, i quali dal canto loro cercavano di accaparrarsene quanti più potevano, inventandosi i più disparati modi di preparazione e conservazione, in quanto non erano sicuri che ne avrebbero ritrovati il giorno successivo e quei pochi che trovavano erano appena sufficienti a coprire il loro elevato apporto energetico. Con tutta la fatica che facevano per salire tutti i giorni. L’analisi dei primi frutti gli diede la possibilità di annunciare a tutto il Regno di Carnonia che l’elisir di salute non consisteva nella presenza di qualcosa, ma in un’assenza: c’erano pochissimi grassi saturi o per lo meno erano molto pochi. “Sochmel” disse, in una tipica espressione Usai che probabilmente una traduzione di eureka: era la scintilla da cui partì la teoria lipidica dell’aterosclerosi, teoria che diede alla dieta smilziana fama e gloria in tutto il Regno. La teoria non era ancora perfettamente delineata, tuttavia già una prima caratteristica era stata abbozzata: i grassi saturi erano i responsabili delle malattie croniche. Però apparve subito una teoria piuttosto semplicistica che oltretutto aveva il difetto di non dare opportunità di impresa, se non per quei pochi che cominciavano a sgrassare maiali e e produrre margarine. Così la ricerca scientifica del Regno, in particolare affanno per l’esiguità dei finanziamenti pubblici, a quei tempi molto scarsi, cercò di individuare non in una mancanza, ma nella presenza di certi componenti salutari (a cui nel tempo avrebbero dato nomi pittoreschi come fitochimici, composti bioattivi o peggio ancora nutraceutici e che avrebbero caratterizzato quelli che verranno chiamati healthy food, functional food, smart food..) che potessero essere isolati, purificati e trasformati in integratori. Si accorsero che le cucuzzole erano bacche molto ricche di cucuzzolina e altri composti fenolici, tra i quali la paraculina e il barbagiannolo, i quali messi in una provetta esercitavano una serie di promettenti azioni: erano antiossidanti, antiaggreganti, anti aging, anticolesterolo, anti praticamente tutto. E se lo erano nella provetta figuriamoci nel popolo degli Usai. Dai frutti del vettolo si poteva invece spremere un olio molto pregiato, l’olio extravergine di vettola, ricco di idrossivettolina, anch’essa in grado, una volta messa in una provetta, di compiere qualsiasi tipo di azione.
Quindi fu definita meglio la teoria e la dieta smilziana fu definita come una dieta ricca a base di cucuzzolaciminavettola, ricche di preziose sostanze antinfiammatorie, anti-aging, antiossidanti ecc.
Nel volgere di pochi decenni venne allestito un immenso “circo equestre” costituito principalmente da ricercatori e giornalisti sia del popolo degli Usai, che degli Smilzi, che cominciarono ad approfondire, a sparare titoloni, a trovare il modo di seminare un maggior numero di piante, di selezionare le varietà più resistenti e prolifiche, che fossero in grado di dare frutti e foglie abbondanti e soprattutto perenni; si misero in seguito a punto le migliori modalità di raccolto e distribuzione per fare arrivare a valle una grande quantità di frutti e foglie. Fiorirono associazioni di tutti i tipi: Coldiottusi rilasciava tre comunicati stampa al giorno su cose di cui non sapeva nulla, ma che vantavano le virtù della cucuzzola, della cimina e della vettola di origine smilziana. C’era quella di medio pendio che per prima aveva ottenuto il riconoscimento del marchio IGT dal MCPASNCEAT (Ministero per le Cocuzzole, la pesca anche se non c’era, l'arte e il turismo)*; Anche Slow Smilz e Montagnamadre ne esaltavano le virtù e l’unicità gastronomica, mentre Fedesmilzari si riempiva la bocca con lo “smilzianan sounding” che tutto il Regno ci invidia e cominciava un fiorente traffico di esportazioni con la Tribù degli Usai e il resto delle tribù. Soprattutto bottiglie di estratto idroalcolico di cucuzzola, salami di cimine e vettole all’ascolana. Decisivo il supporto di Federsmilzari al Governo degli Smilzi, impegnato nella richiesta di iscrizione della dieta smilziana tra i patrimoni culturali immateriali dell’umanità, lista alla quale verrà regolarmente iscritta, insieme ai muretti a secco, e allo sputo dalla finestra con destrezza. Alla lista ha fatto domanda anche la chiusura dei porti ma il riconoscimento è ancora in fase istruttoria.

Fu pubblicata in pompa magna la montagna della dieta smilziana, uno strumento grafico simbolico alla cui base giacevano le cucuzzole e via via gli altri alimenti della dieta della tribù degli Smilzi.
Insomma con l’avvento del suddetto circo equestre, della coltivazione intensiva e della grande distribuzione organizzata si riuscì finalmente a rendere disponibile, accessibile e conservabile la cucuzzola, la vettola e la cimina. Tutta la popolazione aveva finalmente tutto quel bendiddio disposizione, a costo bassissimo, senza incertezza di raccolto e addirittura senza fatica fisica: bastava persino una telefonata a Just Smilz per la consegna, direttamente sulla tavola grandi quantità di alimenti smilziani (cucuzzole fresche e trasformate, cimine, vettole ecc.).
Da quel momento però, con immenso stupore, gli Smilzi cominciarono a prendere peso e ad ammalarsi. “Ma come?” - si domandavano i ricercatori grattandosi i capelli ora unti e grondanti forfora - abbiamo a disposizione tutti gli healthy food che vogliamo, abbiamo paraculina e barbagiannolo al posto dei trigliceridi e del colesterolo…e allora perché ci ammaliamo come gli Usai? Ci avranno avvelenato le cucuzzole? La colpa è certamente dei metalli pesanti…eppure non ce ne dovrebbero essere così tanti così tanti da spiegare tutto questo aumento di peso”. “Di chi sarà la colpa allora? Perché ingrassiamo? Perché abbiamo il diabete? Perché sale l’incidenza di infarto?”.  La risposta a tutte queste domande non poteva che essere: è colpa dell'industria che, proponendo cucuzzola industriale raffinata e trattata con la chimica e i diserbanti seminava malattie e diseducava la popolazione allontanandola dalle tipiche tradizioni alimentari smilziane. Il ciambellone di cucuzzole della nonna era sano e leggero, perché la nonna è senza calorie, non come questi cosi del cimino bianco che non sai cosa ci mettono. L’ORS (Organizzazione Reale della Sanità) pensò che doveva mettere una tassa sulla cimossina aggiunta e semafori sull’etichetta delle cucuzzole confezionate. Quelle coltivate in casa o comprate nelle pasticcerie invece no, erano esentate. Coldiottusi, Ferersmilzi, SlowSmilz, i profeti dal pizzetto e tutto il circo equestre si rimpallavano le colpe: “chissà che ci metti…”, "l'origine smilziana ti protegge..."; " sei pieno di diserbanti”, “la tua cucuzzola è ricca di additivi”, “…tu e i tuoi alimenti raffinati velenosi”, “io li faccio naturali e come una volta…”, “i miei sono senza olio di puzzola”…e via discorrendo.


Ma il tasso di obesità dei bambini degli Smilzi era divenuto il più alto; l'incidenza di diabete, sovrappeso, ipertensione, malattie cardiovascolari e cancro raggiunsero livelli altissimi e un nuovo spettro si palesava all’orizzonte: la depressione.
 QUIZ di valutazione: 

In cosa consisteva la dieta smilziana, che rendeva gli Smilzi così sani e longevi?  

  • A) la cucuzzola, la cimina e la vettola e i loro componenti
  • B) La scarsità cucuzzola, di cimola e di vettola e la fatica fisica connessa alla loro ricerca
  • C) La scarsità di qualsiasi alimento, non importa se cucuzzola o sprofondola, cimina o fondina, vettola o abissola e la fatica fisica connessa alla sua ricerca.


* Erano tempi, per fortuna remoti, nei quali cui ogni nuovo ministro eletto aggiungeva una lettera (movimento Wertmüller)